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Una stanza tutta per sé e Uno studio tutto per sé | L’ippocampo

Con Una stanza tutta per sé e Uno studio tutto per sé, Alex Johnson e l’illustratore James Oses ci offrono un’immersione affascinante e profondamente stimolante nei santuari della creatività di cento figure iconiche del panorama letterario e artistico mondiale.

Pubblicati con la consueta cura editoriale da L’Ippocampo, questi due volumi gemelli rappresentano un’esplorazione visiva e narrativa degli spazi creativi in cui l’immaginazione ha preso forma, dando vita a opere che hanno segnato la nostra cultura.

Indice

Gli autori

Alex Johnson è un giornalista specializzato in libri, librerie, uffici da giardino e altri spazi di lavoro creativi. Dopo gli studi a Oxford ha lavorato per The Sunday Times e The Independent e ha toccato quota 17 pubblicazioni.

James Oses, ha studiato Illustrazione alla Middlesex University, è celebre per i suoi schizzi a inchiostro e acquerello dal vivo. Egli trasforma ogni ambiente in un ritratto suggestivo e ricco di atmosfera.

Edizione fisica

Una stanza tutta per sé (2022) e Uno studio tutto per sé (2024), sono entrambi in formato 17×22,5 cm.192 pagine, con rilegatura a filo, cartonato effetto tela. I libri sono impreziositi, sin dalla copertina, dalle illustrazioni di Oses, su carta di buona grammatura e finitura opaca.

L’impostazione grafica, dentro e fuori, è coerente in entrambi i volumi. L’ippocampo non ha modificato nulla, lasciando tutto come pensato dall’editore originale (Frances Lincoln/Quarto Publishing). I volumi risultano stampati in Europa: Slovenia e Bosnia-Erzegovina.

Come spesso accade per i libri particolarmente belli (anche) fuori, ne sconsigliamo l’acquisto online, così da non vederli arrivare già ammaccati. Anche perché sono piuttosto pesantucci (700g cad.) e l’invio in un sacchetto di carta (es. Amazon), non è sufficiente a proteggerne l’integrità.

Una stanza tutta per sé

Nel primo libro, Johnson riprende il titolo del famoso saggio di Virginia Woolf. Ma qui non si resta sulla metafora: scopriamo quanto sia stato davvero importante per questi scrittori avere uno spazio tutto per sé! Fosse anche un minuscolo tavolino in noce in un angolo di salotto, amato da Jane Austen. Oppure una capanna chiamata ‘Londra’ per far riferire a chiunque lo stesse cercando: «No, George Bernard Shaw non è in casa, è a Londra!».

E che dire di Marcel Proust? Idolo di misofoni e asociali: rinunciò al telefono, insonorizzò le pareti col sughero e installò delle tende pesanti alle finestre per oscurare la stanza. Proust, come Twain, Capote e (quando la malattia si acuì) Orwell, scriveva standosene a letto.

Anche Ernest Hemingway scriveva dalla camera da letto, ma ha sempre scritto in piedi. Chi non poteva ritagliarsi un posticino tranquillo, spesso si rifugiava in camere d’albergo molto lontane da casa.

Ricerca di quiete sonora ma anche affettiva, di un ambiente in cui potersi identificare e ritrovare. Isabel Allende non riusciva a fare a meno di circondarsi di ricordi, anche dolorosi. Mentre Ray Bradbury preferiva circondarsi di giocattoli: robottini di latta e dinosauri.

Focus sulle curiosità

Durante le sue ricerche, Alex Johnson ha raccolto un’infinità di piccole curiosità, molte delle quali riguardano autori esclusi dal libro. Per valorizzarle, ha ideato dei box informativi tematici: dalle sedie predilette dagli scrittori ai loro animali domestici, dalle macchine da scrivere ai loro obiettivi di scrittura, e molto altro.

Sorprendente la ricetta di Isaac Newton per l’inchiostro alla birra! Proprio come gli artisti preparavano i propri colori, anche molti scrittori in passato creavano inchiostri unici e personali.

Particolarmente affascinanti alcuni dettagli, inediti altrove, sui problemi quotidiani degli scrittori del passato e sulle loro ingegnose soluzioni. Molti, ad esempio, preferivano la carta azzurrina a quella bianca per non affaticare gli occhi. E Joyce, quando la vista iniziò a declinare, indossava una camicia bianca per meglio riflettere la luce sul foglio.

Le illustrazioni di Oses accompagnano il testo a piena pagina, restituendo il senso di quiete e concentrazione che avvolgeva molte delle penne al lavoro. Non Margaret Atwood che, a quanto pare, riusciva a scrivere proprio in qualsiasi luogo e condizione!

Uno studio tutto per sé

Nel secondo libro, Alex Johnson entra nel vivo degli atelier d’arte, mostrandoci quanto lo spazio – e spesso il suo caos – abbia plasmato il gesto creativo. Pensate a Francis Bacon, il cui studio londinese era una vera discarica di tele macchiate, ritagli di giornale e sgabelli fastidiosamente instabili: per lui, l’energia scatenata dal disordine era parte integrante del processo pittorico.

«Mi sento a casa qui in questo caos perché il caos mi suggerisce immagini.»

Francis Bacon

Oppure a Rosa Bonheur, che ha sempre vissuto circondata da animali impagliati. Nel suo appartamento di campagna, cavalli, uccelli e cervi erano i modelli – e compagni di vita – della grande pittrice naturalista.

Non manca il contrasto tra armonia e anarchia: Piet Mondrian tentava continuamente di armonizzare il suo studio verniciando i componenti d’arredo e attaccando rettangoli di cartone alle pareti per riflettere le linee geometriche delle sue tele. All’opposto, Jackson Pollock creava capolavori direttamente sul pavimento del suo loft di New York, facendo sgocciolare la vernice da ogni angolo, con schizzi che finirono per colorare perfino il soffitto.

«Lo studio fa parte dei miei quadri»

Piet Mondrian

Per alcuni artisti la pittura era terapeutica, una questione di sopravvivenza. Yayoi Kusama allestì il suo ultimo studio all’interno di un ospedale psichiatrico, dove andò a vivere di sua volontà. Frida Kahlo scoprì la pittura dopo il terribile incidente che la costrinse a letto.

La grande Silver Factory di Andy Warhol, laboratorio-pop a New York, era studio personale, studio collettivo, set a luci rosse, ritrovo di musicisti e sala da ballo. Mentre Magritte per dipingere (in giacca, cravatta e pantofole) si accontentava di un angolo in sala da pranzo, da rimettere in ordine prima della nanna, come qualsiasi hobbista.

Box curiosità

Anche in questo libro abbiamo tanti riquadri farciti di curiosità, come quello che parla degli studi mobili.

L’atelier di Claude Monet molto spesso era la sua barca: Le Bateau-atelier. Mentre Georgia O’Keeffe trasformò l’auto in uno studio itinerante per rincorrere i paesaggi desertici del New Mexico.

Altro box interessante è quello degli amori nati in studio: Rosa Bonhuer e Anna Klumpe, Alfred Stieglitz e Georgia O’Keeffe, Camille Claudel e Auguste Rodin…

Conclusioni

«Qualsiasi punto è buono per mettere in moto la fantasia, purché si trovi un angolo oscuro e l’orizzonte sia vasto»

Victor Hugo

Una stanza tutta per sé” e “Uno studio tutto per sé” sono veri e propri viaggi nei laboratori mentali di scrittori e artisti. Alex Johnson, con la sua prosa ricca di aneddoti e dettagli, e James Oses, con il tratto leggero e insieme ricercato dei suoi acquerelli, ci mostrano come ogni ambiente – dal rifugio più modesto allo studio più imponente – abbia contribuito a forgiare capolavori della letteratura e dell’arte.

Questi volumi sono pensati per chi desidera trarre ispirazione da chi ha trasformato il proprio spazio in un alleato creativo. Non troverete qui guide tecniche di design d’interni, né consigli su come allestire l’atelier, ma uno specchio delle abitudini che ognuno di loro ha scelto come palestra dell’ispirazione.

Tra le righe c’è anche un invito a fare e non procrastinare, non cercare scuse: «Ah! Se avessi questo! Se fossi lì! Se solo…! Allora sì che lo farei!». Quasi tutte le personalità selezionate da Johnson si sono arrangiate con quello che avevano e come potevano, tra povertà, guerre e patologie invalidanti.

E allora, come ci ricorda Pablo Picasso: «La inspiración existe, pero tiene que encontrarte trabajando»; l’ispirazione deve trovarti già al lavoro!

Di Recensioni Vere

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