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Magia Nera di Bowen: Un Viaggio Tra Potere e Ambiguità

Il romanzo Magia Nera di Marjorie Bowen, pseudonimo di Margaret Gabrielle Vere Campbell, parla di ambizione, eresia, desiderio, potere, fanatismo, identità, e usa la “magia” solo come cornice simbolica, non come pratica esoterica. Per atmosfera è più vicino a Il Nome della Rosa che a Le Notti di Salem.

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Magia Nera non parla di magia nera

Magia Nera è un libro che (lo ripeteremo tante volte) lavora su più livelli: storia, leggenda, ambiguità morale, identità, potere. Ed è proprio questa sua struttura ibrida a renderlo ancora interessante oggi. Mentre molti contemporanei (suoi e nostri) si limitano a mettere in scena un Medioevo fosco e decorativo, Bowen usa quel contesto per parlare di desiderio di ascesa, manipolazione e controllo.

Bowen costruisce il male senza mai trasformarlo in spettacolo.

Edizione italiana di ABEditore

Il romanzo fu portato per la prima volta in Italia nel 2011 da Gargoyle Books, mentre la versione letta da noi è quella pubblicata da ABEditore nell’ottobre 2025.

Della cura con cui confeziona i libri ne abbiamo parlato (leggi il nostro speciale) e anche Magia Nera si conferma un volume dalla rilegatura robusta, ben impaginato, traduzione eccellente, font leggibile (corpo 11 ma stretto = percezione di font piccolo) e con illustrazioni azzeccate. Le illustrazioni non sono copiose e sparse ovunque ma dosate e inserite tra i capitoli.

Di solito il video è girato prima di finire la lettura (per evitare di mostrare una roba mezza distrutta), in questo caso abbiamo solo tolto i segnapagina. Il libro è rimasto come nuovo. Anche la copertina è molto resistente. Perché lo precisiamo? Per chi ha paura di rovinarlo e fargli perdere valore: 1. ABEditore lo ristampa, la pacchia degli introvabili è finita, sciupate i libri!; 2. Non succede, regge bene (al massimo fate un giro di stretching per preservare il dorso).

Il libro si apre con la prefazione della traduttrice (Valentina Pinzuti), orientata a leggere Bowen come autrice da riscoprire dentro una genealogia femminile del fantastico e dell’orrore. La prefazione ci è piaciuta: poco retorica, molto “ho fatto i compiti prima di tradurre”, non le solite due righe abbozzate e generiche.

Anche noi abbiamo fatto i compiti prima di portarvi la recensione e per capire davvero il valore del romanzo conviene andare oltre il discorso consolatorio della scrittrice dimenticata. Come scrive anche la traduttrice: Bowen non fu affatto marginale nel suo tempo. Fu piuttosto una scrittrice molto letta, molto prolifica, influente, poi progressivamente lasciata fuori dal canone.

Marjorie Bowen

Marjorie Bowen, nata Margaret Gabrielle Vere Campbell, fu una scrittrice estremamente produttiva (scrisse il best seller La vipera di Milano a 16 anni), capace di muoversi tra romanzo storico, gotico, biografia, racconti del soprannaturale e narrativa popolare. Molti dei suoi racconti weird sono stati tradotti in Italia da Dagon Press, purtroppo solo in edizione limitata (per cui forse finiti, forse ultime 2 copie disponibili…).

Margaret Gabrielle Vere Campbell Long ha scritto per non soccombere

La cosa più impressionante, leggendo la sua autobiografia, è scoprire quanto poco Bowen avesse bisogno di inventare.

Ma le stanze del piano superiore erano le peggiori di tutte. Qualcuno doveva avermi parlato di fantasmi, diavoli e demoni, perché presto popolai quelle stanze alte con ogni terrore immaginabile. Una di esse era vuota e inutilizzata: nel pavimento c’era un grande buco, e mi dissero che qualcuno aveva perso un anello di diamanti proprio lì dentro. Quel buco mi riempiva di un orrore assoluto. In quella stanza c’erano anche due teche di vetro vuote, e provavo per loro una repulsione spaventata, un odio istintivo.

Da The Debate Continues, trad. RV

Le atmosfere che nei romanzi sembrano costruite con cura — superstizioni, claustrofobia domestica, figure matriarcali che dominano e giudicano — erano semplicemente la sua quotidianità. Scriverà di essere sopravvissuta grazie ai libri, alle storie e alla propria immaginazione.

Margaret pubblicò quasi tutto col suo pseudonimo femminile più noto, non disdegnando tuttavia l’uso di pseudonimi maschili. La scelta fu una mossa pratica e di marketing: come accade ancora oggi, il nome con cui si firma un autore può avere un peso enorme sul tipo di pubblico raggiunto e sulla percezione del testo. Oltre all’esigenza di non saturare il mercato col proprio nome.

Fu facile per lei pubblicare? Dai 16 ai 21 anni, no. Si portò dietro il suo primo romanzo per cinque anni, rifiutato da più editori. Poi, probabilmente grazie alle amicizie della madre, si sbloccò quella prima pubblicazione e da allora la situazione si capovolse: gli editori pretendevano sempre più materiale e lei provò persino a sfuggirgli. Letteralmente. Sposando un siciliano (che morì male, persino il pechinese le morì male, una tribolazione continua!).

La madre fu una scrittrice: Josephine Campbell. Per non avere due Campbell, l’editore avrebbe suggerito il pen name. Ci sembra un po’ debole come tesi. Voci molto cattive dicono che fu la madre a voler evitare che potessero scambiarla per lei e rovinarle la reputazione con quel romanzetto scritto da adolescente; inconsapevole del successo che avrebbe avuto. La figlia l’ha descritta come una figura tossica, emotivamente violenta, manipolatoria: una matriarca oppressiva.

Ci fu un episodio spiacevole quando trovai il mobiletto sbloccato e rubai un po’ di marmellata. Purtroppo lasciai delle impronte appiccicose sulla superficie lucidissima; il misfatto venne scoperto e punito con una passata di spazzola per capelli e l’ordine di andare a letto in pieno giorno. Rimasi lì per ore, nella luce rosa pallido che entrava in quella stanza orribile, pensando ai fantasmi e ai demoni che marciavano al piano di sopra e che, senza dubbio, sarebbero presto scesi a prendermi.

Da The Debate Continues, trad. RV

Crescere con una figura così significa imparare presto a leggere le ombre, a interpretare i silenzi, a muoversi in un terreno emotivo instabile. È un tipo di sensibilità che poi ritrovi ovunque nei suoi libri: personaggi che vivono in allerta, che percepiscono presagi ovunque, che non si fidano mai del mondo adulto.

Le scene violente e cariche di tensione continuavano intorno a me, perché Nana e mia madre litigavano spesso, e sempre in mia presenza. Quel senso di insicurezza disperata, di una minaccia incombente, mi rese molto riservata e ripiegata su me stessa. Produsse anche paure, ossessioni, e quella strana felicità crepuscolare — che aveva accompagnato il mio soggiorno nella terrazza di fronte al deposito di carbone — svanì di nuovo nell’oscurità.

Da The Debate Continues, trad. RV

È il solito conformismo social a confinare sempre le figure femminili del passato al lavoro a maglia, con la “distrazione occulta” della scrittura. Marjorie, scrittrice figlia di scrittrice, non usava gli pseudonimi per sfuggire alle censure e non fu affatto una figura passiva. Ebbe idee molto nette su società, ruolo delle donne e temi politici. Vegetarianismo, pacifismo e impegno pubblico la collocano dentro una sensibilità tutt’altro che convenzionale, anche se sarebbe sbagliato ridurla a un’etichetta militante in senso moderno. Più che un simbolo, Bowen fu una presenza letteraria forte, autonoma e poco addomesticabile.

Una scrittrice rimossa (dopo)

So di essere stata sciocca più di una volta, forse anche peggio, ma ho affrontato le conseguenze dei miei errori e delle mie stupidità e non provo rimpianti.

Da The Debate Continues, trad. RV

A chi ha letto la nostra recensione di “Lucifero e la bambina” si sarà accesa la lampadina: c’è un parallelo con Ethel Mannin. Entrambe mostrano una dinamica precisa: successo reale nel proprio tempo, seguito da una perdita di centralità postuma. Questo è il punto più interessante, perché sposta il discorso dalla lamentazione instagrammabile alla storia concreta del canone.

Come abbiamo scritto a proposito di Mannin, anche per Bowen il problema non è che l’autrice non sia stata letta. Il problema è che ha scritto troppo e troppo fuori asse rispetto alle tendenze e ai gusti successivi. Non è la figura dell’autrice ignorata in vita e riscattata dopo, ma quella di una scrittrice che il suo tempo conosceva bene e che il tempo successivo ha destinato all’oblio. Troppo scomoda per diventare mascotte di qualcosa.

Il titolo completo di Magia Nera era: “Black Magic: A Tale of the Rise and Fall of the Antichrist”. Nel 1909 Antichrist in copertina non era plausibile per un editore poco coraggioso, venne riportata solo sul frontespizio. Oggi, nei ruggenti anni decisi dagli sponsor, spesso è completamente omessa. Bravo il mastro grafico di ABEditore a inserirla.

Ma in che contesto nasce e viene pubblicato il romanzo?

Era un periodo storico vivace di critica all’oppressione religiosa in tutto l’Occidente. Pensiamo a Norman Lindsay che esponeva The Crucified Venus a Melbourne, alla Tentation de saint Antoine del belga Félicien Rops, all’ancora oggi celebre Lucifero (fuori canone) di Franz von Stuck, o a L’Apparition di Gustave Moreau. Tutte opere che nel 2026 comporterebbero, come minimo, un democratico shadow ban!

La letteratura non era da meno: dopo l’abisso mistico‑satanico di Huysmans arrivano Anatole France, D.H. Lawrence, Strindberg, Lautréamont (leggeteli: I Canti di Maldoror), fino ai super‑VIP del dissenso estetico: Baudelaire, Wilde e D’Annunzio.

È questo il contesto sociale in cui si colloca il nostro bel libricino.

Magia Nera, il romanzo

Nella grande stanza di una casa in una tranquilla città delle Fiandre, un uomo ricopriva un diavolo di foglia d’oro.

Da Magia Nera, trad. Pinzuti | Fermatevi e rileggetelo. Quanto è moderno questo hook?

Magia Nera è un romanzo gotico-storico che mescola ambizione, occulto, tensione religiosa e conflitto identitario. La trama si muove attorno a Dirk Renswoude, personaggio centrale e magnetico, figura ambigua che attraversa le pagine con un’energia quasi tossica. Dirk non è un cattivo lineare, e proprio per questo funziona: è insieme attrazione e minaccia, sofferenza e volontà di dominio, vittima e manipolatore.

Bowen costruisce il male senza mai trasformarlo in spettacolo. Non c’è compiacimento, non c’è estetizzazione: c’è un lento accumulo di scelte, omissioni, desideri che non si incastrano. Il male, in Magia Nera, non arriva dall’esterno: è un processo, una deriva, un modo di guardare il mondo che si deforma pagina dopo pagina. È questo che lo rende inquietante ancora oggi. Ha ricordato Zofloya (1806) di Charlotte Dacre: c’è il demone servitore che in realtà non tira nessun filo, la protagonista è una super villain, niente “the Devil made me do it”.

Bowen costruisce la storia con una lentezza controllata, senza prendere per mano il lettore e aver fretta di spiegare tutto. Questo è un pregio importante, perché lascia spazio al clima, alle tensioni sotterranee, alle mezze rivelazioni. Ogni elemento sembra spingere verso una zona più opaca del racconto, dove il soprannaturale rappresenta il linguaggio attraverso cui si manifesta una realtà più profonda e più scomoda.

La parte interessante del romanzo è la rete sociale, le relazioni, il modo di costruire e decostruire gli intrallazzi attraverso la manipolazione. Per questo non importa conoscere il finale del romanzo, la storiella che può essere racchiusa in dieci righe. Come in tutti i testi ben scritti: la trama passa in secondo piano.

La papessa Giovanna?

Il riferimento alla papessa Giovanna va inteso come qualcosa che va oltre la semplice curiosità medievale, uno schiribizzo dell’autrice per stuzzicare i contemporanei.

Bowen usa la leggenda in modo intelligente, perché la storia della donna che avrebbe raggiunto il soglio pontificio travestita da uomo contiene già in sé alcuni dei temi più forti del romanzo: identità, maschera, accesso al potere, trasgressione dell’ordine stabilito.

La papessa Giovanna è un dispositivo narrativo che permette di parlare di istituzioni fragili, di ruoli sociali rigidi e di ciò che accade quando qualcuno riesce a entrarvi di traverso. Bowen sembra molto interessata proprio a questo punto: la forza simbolica.

Le donne di Marjorie Bowen sono vive, perturbanti, difficili da ridurre a stereotipi.

E simbolico è l’inserimento della stregoneria, diversa dal topos generico di emancipazione femminile instagrammabile, ma una delle poche vie attraverso cui il potere può essere esercitato da chi ne è normalmente escluso. Le donne di Marjorie Bowen non sono modelli positivi a cui dedicare un podcast: sono vive, perturbanti, difficili da ridurre a stereotipi.

Sono forze. A volte distruttive, a volte ambigue, a volte semplicemente determinate a sopravvivere in un mondo che non concede loro spazio.

Bowen è piuttosto neutra, le osserva, senza caustiche condanne e questa neutralità mal si sposa con la contemporanea esigenza di appropriarsi di ogni cosa con etichette e hashtag. Vietato sabotare la forma.

Perché leggere Magia Nera di Bowen oggi

«Forza, ho tentennato abbastanza sul ciglio della diavoleria; ora lasciami peccare grandiosamente»

Da Magia Nera, trad. Pinzuti

Magia Nera vale la lettura perché è un romanzo ben costruito, con un controllo notevole del ritmo (senza scadere) e dell’atmosfera. Mostra quanto Bowen fosse capace di usare il passato come strumento per parlare di conflitti molto concreti e perenni: potere, credenza, desiderio, identità, violenza simbolica.

In più, il libro è utile anche per capire come funziona la memoria letteraria. Bowen è stata una scrittrice importante, letta e produttiva, eppure oggi resta spesso fuori dal discorso comune. Il suo caso mostra che il canone non premia sempre chi ha contato nel proprio tempo, ma chi viene poi ritenuto degno di essere conservato. E questa selezione è tutt’altro che neutrale, tutt’altro che fatta dal basso, tutt’altro che basata su merito e bravura.

Conclusioni

In questa recensione abbiamo speso molte parole per smontare la narrazione social e c’è un motivo: evitare che Magia Nera e Bowen tornino a eclissarsi. Racchiudere l’autrice e la sua opera (e il suo tempo!) in certi stereotipi, la presenta al pubblico sbagliato. Un pubblico che non l’apprezzerà e ne parlerà male dove conta davvero: offline.

Al contempo allontanerà chi invece potrebbe apprezzarla, perché vede montare cliché mainstream e non ha nessuna voglia di perdere tempo con i soliti romanzetti fabbricati. Arrivare addirittura a scrivere di Magia Nera come una storia d’amore queer fa pensare che qualcuno stia facendo troppo affidamento sulle sintesi scritte dai chatbot!

Se a sfruculiarvi è quel tipo di presentazione: non leggetelo. I personaggi vi risulteranno piatti e noiosi. La trama troppo debole, il finale poi lo sapete già. 500 pagine tremende, in cui non troverete nemmeno frasi riciclabili per farci un post decente. Niente. Tornate ai rassicuranti testi sceneggiati dai software e alle scalette imparate ai corsi di scrittura. La voce di Marjorie Bowen non chiede empatia, non chiede approvazione, non chiede di essere capita. Racconta, e basta.

La sua era stata la ricompensa degli sciocchi; l’emissario di Dio si era rivelato essere il Diavolo incarnato, e lui era appena stato beffeggiato dalla vista della donna il cui pensiero l’aveva spinto a patetici tentativi di ripulirsi l’anima; la donna che, per amore di un altro uomo, aveva sfidato gli angeli e preso in mano il proprio destino.

Da Magia Nera, trad. Pinzuti

Detto questo, lungi dall’essere il solito mattonazzo gotico. Magia Nera è (anche grazie all’ottima traduzione) molto scorrevole, si divora in poche sessioni ed è un libro che usa l’occulto per parlare di ciò che lo rende davvero interessante: l’ambizione, la maschera, la fede, il fanatismo, la lotta per il potere e la precarietà delle identità. Bowen scrive con sicurezza, senza semplificare troppo e senza spiegare tutto al lettore. Il risultato è un romanzo strano (in senso buono), compatto, ambiguo, e proprio per questo ancora capace di colpire.

Se cercate un titolo che unisca atmosfera, tensione storica e un’idea molto precisa del lato oscuro del potere, Magia Nera merita senza dubbio di essere recuperato.

Vi consigliamo anche di leggere la sua autobiografia, è gratis: The Debate Continues. Così vi fate un’idea di quanto appena letto in recensione. Margaret Gabrielle Vere Campbell è stata una prolifica autrice che ha scritto per non soccombere. Magia Nera è uno dei modi in cui ha trasformato il caos della sua vita in forma narrativa.

Sento ancora, nella splendida frase di Herbert*, “musica a mezzanotte”, ciò che per me è il coraggio di trovare bellezza nei luoghi bui. Quel coraggio e quella visione della bellezza mi appartengono. Può darsi che un giorno non mi resti altro che questo e il ricordo dell’amore.

Da The Debate Continues, trad. RV
*George Herbert, poeta, prete e santo anglicano. The irony!
Leggenda narra che un giorno si fosse presentato in ritardo alla cattedrale di Salisbury, completamente sporco, dopo aver aiutato un uomo povero e il suo cavallo caduto. E quando gli fecero notare che si era abbassato a un lavoro “sudicio”, avrebbe risposto che non basta predicare bene: bisogna anche agire. E aggiunse che quella fatica gli avrebbe dato pace nel cuore della notte [musica a mezzanotte: would prove music to him at midnight], quando la coscienza torna a chiedere conto delle omissioni.

Di Recensioni Vere

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