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La Città dei Santi e dei Folli di Jeff VanderMeer

La città dei santi e dei folli di Jeff VanderMeer è uno dei libri fondamentali del New Weird. Edito in Italia da Elara, rappresenta un’introduzione ad Ambergris, la città immaginaria su cui costruirà una trilogia.

Indice

La Città dei Santi e dei Folli

La copertina della prima edizione originale

City of Saints and Madmen è pubblicato per la prima volta nel 2001, come una raccolta di quattro novelle. L’anno successivo spunta una seconda edizione, molto più corposa e organizzata. Infine nel 2004 raggiunge la sua forma finale, con l’aggiunta di due nuovi racconti.

In quelle edizioni, l’autore ha deciso ogni dettaglio dell’opera, dalle illustrazioni all’impaginazione, fino ai diversi font da utilizzare, trasformandolo di fatto in un pezzo di letteratura ergodica.

Scott Eagle, City of Saints and Madmen, 2001

Jeff VanderMeer raccoglie molti consensi, è un punto di riferimento per il New Weird, ma in Italia non lo traduce nessuno. Nemmeno quando nel 2013 la Paramount Pictures acquisisce, in anticipo, i diritti per la Southern Reach Series (l’ormai celebre Trilogia dell’Area X).

Nel 2015 Einaudi si prende l’Area X, ignorando tutto il lavoro che l’aveva preceduta.

Nel 2016 arriva Elara.

Edizione italiana

Jeff VanderMeer — Elara, collana Libra Fantastica, 488 pagine, € 18.50

L’edizione edita da Elara è un omnibus completo del primo libro della saga e raccoglie il materiale delle tre diverse edizioni originali, presentandolo come volume unico.

Più nel dettaglio, il testo italiano comprende, dalla prima edizione:
IL LIBRO DI AMBERGRIS
Intro di M. Moorcock
Dradin, Innamorato
La guida Hoegbotton alla Storia Antica di Ambergris
La Transformazione di Martin Lake
Lo Strano Caso di X

Dalla seconda e terza edizione:
APPENDICE
Una lettera del Dr. V. al Dr. Simpkin
Gli appunti di X
La Liberazione di Belacqua
Il Calamaro Reale
Storia della Famiglia Hoegbotton
La Gabbia
Nelle Ore dopo la Morte
Un Appunto del Dr. V. al Dr. Simpkin
L’Uomo senza Occhi
Lo Scambio
Imparare ad Abbandonare la Carne
Il Glossario di Ambergris

Questo è un pregio evidente: si ha finalmente una visione d’insieme della nascita del ciclo di Ambergris, senza spezzarlo in edizioni separate.

un esempio di pagina con due font di corpo diverso, entrambi piccoli, confrontati con la monetina e il solito foglietto del Nurofen

Nell’edizione italiana Elara si attiene ovviamente al volere dell’autore che – come detto prima – aveva deciso ogni cosa. Queste istruzioni, combinate con la probabile necessità di restare sotto le 500 pagine, hanno portato ad alternare pagine leggibili ad altre off limits per chi è dentro gli anta, qualsiasi anta.

Altra pagina, altro font, altro corpo, questa volta grande leggibilità

Per il resto, la traduzione è molto buona (leggetevi i testi inclusi nelle nostre immagini) e uniforme, nonostante sia opera di tre diverse traduttrici. Le traduttrici traducono, poi sembrano essere mancate le altre figure. Ci sono una quantità importante di errori e sviste, sin dalla prima pagina (“apprentemente“).

La rilegatura (edizione 2016) è ottima, un brossura molto resistente, non perde pagine. Consigliamo il solito book stretching.

Scopo e forma

La città dei santi e dei folli non è un romanzo tradizionale, e non è nemmeno una semplice antologia di racconti brevi. È un’opera costruita per frammenti, accumuli e stratificazioni: cronache, novelle, documenti inventati, saggi pseudo-accademici, lettere e materiali d’archivio concorrono a comporre Ambergris, la città immaginaria al centro del volume. Il libro lavora quindi meno sulla trama in senso classico e più sulla costruzione di un mondo che sembri avere memoria, linguaggio, storia e istituzioni proprie.

Il risultato è molto particolare: il lettore entra in una città che pare esistere davvero, come se il volume fosse soltanto una delle tante forme attraverso cui Ambergris è stata registrata. Qui il piacere della lettura non sta tanto nel vedere cosa succede, quanto nel modo in cui ogni frammento aggiunge un tassello di senso, atmosfera e ambiguità. In questo senso il libro funziona come un laboratorio narrativo in cui il lettore è chiamato a scavare e impegnarsi. Tradotto: bisogna essere lettori attivi.

Origine di Ambergris e influenze

Cosa si può dire di Ambergris che non sia stato già detto? Ogni parte della città, per minuta che sia, per quanto apparentemente superflua, ha un ruolo complesso, anche se indiretto, nella vita della comunità.

Voss Bender, Memoria di un Compositore

Ambergris nasce dentro una tradizione precisa del fantastico. VanderMeer si muove lungo una linea che passa per la New Wave più viscerale e politica, per l’horror di rottura e per il vecchio weird di matrice lovecraftiana, cioè per un immaginario in cui l’ignoto non è mai neutrale ma disturbante. Non è un caso che il libro venga spesso letto come una delle sintesi più compiute del New Weird: un punto d’incontro fra meraviglia, orrore, urbanismo malato e deformazione del reale.

Le influenze si sentono anche nella forma. L’idea di una città decadente e smisurata richiama spesso Peake (Gormenghast), mentre la costruzione fatta di test-nel-testo, documenti fasulli e voci che si contraddicono, richiama una sensibilità più borgesiana che puramente romanzesca. VanderMeer non imita questi modelli: li piega a un immaginario suo, più biologico, più sporco, più fisico.

Il significato dei funghi

I funghi non sono un semplice ornamento gotico. In Ambergris sono una struttura simbolica centrale: rappresentano la memoria coloniale, il ritorno del rimosso, la contaminazione e la trasformazione. Sarebbe un errore vedere nei grey caps, gli abitanti fungini, l’ennesima specie fantastica: sono anche il segno di una città fondata sulla violenza e sull’esclusione, che tenta di costruire la propria civiltà sopra ciò che ha cancellato.

Questa presenza micotica ha inoltre un valore formale. Come il micelio si diffonde sotto terra, così la storia di Ambergris si propaga sotto la superficie del testo, connettendo materiali diversi e facendo emergere relazioni nascoste. Il fungo diventa così una metafora perfetta del modo in cui VanderMeer scrive: per propagazione, contaminazione, ritorno e mutazione.

Satira e metanarrazione

Sotto il lato perturbante c’è una vena satirica molto precisa. VanderMeer prende di mira burocrazie, accademie, saperi ufficiali e linguaggi autorevoli, mostrandoli come costruzioni spesso ridicole proprio perché troppo sicure di sé. La satira non è messa lì per alleggerire. Rende il testo più feroce, perché mostra come l’ordine umano sia una messa in scena fragile, continuamente minacciata dal caos che pretende di contenere.

Qui entra (di nuovo) in gioco la metanarrazione, che è uno dei motori principali del volume. Le introduzioni, le note, i falsi saggi, le lettere e i documenti interni mettono in discussione l’idea stessa di storia unica e oggettiva. Ambergris esiste come archivio di versioni, non come verità definitiva: il lettore è costretto a ricomporre il quadro da fonti parziali, e proprio questa incertezza è parte del progetto. In altre parole, VanderMeer usa la metanarrazione per dire che ogni civiltà si racconta attraverso i propri artifici, le proprie omissioni e le proprie finzioni.

A chi lo consiglieremmo?

La città dei santi e dei folli è un libro da consigliare soprattutto a chi già ama VanderMeer o vuole capire da dove viene il suo immaginario più torbido e sperimentale.

Il libro funziona molto bene come oggetto letterario, meno come lettura d’ingresso per chi non conosce già VanderMeer. La sua forza non sta in una trama portante da seguire, ma nella capacità di costruire un ecosistema narrativo coerente, ambiguo e persistente. Ambergris ha una profondità rara: sembra davvero una città che esiste prima e dopo il libro, non solo dentro il libro.

Il limite, se così vogliamo chiamarlo, è che non tutti i lettori accettano volentieri una narrazione così frammentaria e autoreferenziale. Qui però il “difetto” coincide con il progetto: VanderMeer non cerca l’accessibilità facile, ma una lettura che costringe a orientarsi in un mondo opaco, stratificato, saturo di rimandi. Per chi ama il weird e le lettura sfidandi: un pregio. Per chi cerca una storia lineare: un ostacolo insormontabile, annoierà a morte.

Una trilogia?

Questo libro è il primo della Saga di Ambergris.
Il secondo è Shriek: An Afterword (2006) e il terzo Finch (2009). Questi due non sono stati tradotti e, a distanza di quasi 20 anni, tenderemmo a escludere sorprese.

Comunque, non essendo un romanzo, non c’è nulla di aperto e nulla da chiudere, si legge e si apprezza tranquillamente.

Parentesi “veneziana

L’altro romanzo, Veniss Underground, è ambientato a Veniss e non ad Ambegris, non c’entra. Anche se condivide con Ambergris molte ossessioni di VanderMeer: mondi deformati, biotecnologia, atmosfere disturbanti e un’idea di fantastico molto fisica e inquieta.

Lo precisiamo per chi commette ancora l’errore di affidarsi a Wikipedia e bookcosers. Veniss Underground (2003) è stato per l’autore una sorta di “molliamo i racconti e proviamo a scrivere un romanzo weird!“.

Dato che ormai la parentesi è aperta: in Italia è edito sempre da Elara, bello, leggibilissimo (corpo 13!), romanzo colonna del New Weird. Nonostante i refusi e una rilegatura non robustissima.

Chiusura

Alla fine, La città dei santi e dei folli è uno zibaldone lucidissimo: un laboratorio narrativo in cui si vedono già le ossessioni che VanderMeer svilupperà altrove, ma anche il modo in cui il New Weird può farsi città, archivio, corpo e mito. Non è un libro da leggere in fretta, né un libro da affrontare con l’idea di “capire tutto” al primo passaggio. Sono pagine da respirare, lasciandosi dentro un po’ di spore.

Non leggete VanderMeer se avete paura di ciò che potrebbe germogliarvi nella mente.

Di Recensioni Vere

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